Ora che siamo Nulla

Non scriverò più, con l’aiuto di qualche retorico artificio da componitore di intenti sentimentali, di Bianca, immaginando che sia una giovane donna al di fuori di me a vivere, in simbiosi catartica, ciò che vivo e sento io.
E non voglio lasciarvi con una dichiarazione di ultime volontà, né con ulteriori note di cambiamento, che auguro alla me stessa emotivamente emancipata di portare a termine.
Voglio che sappiate perché era Bianca a vivere la mia vita, perché lasciavo che fosse lei, nella mia mente, a impugnare la penna e annotare su un foglio occasionale pensieri che erano miei.
Non era un dono che le offrivo: temo che nessuno con senno accetterebbe quello che ho in testa, e guardate bene dal definirmi una vittima di me stessa e di mali passeggeri perché non lo sono.
Sono una donna erroneamente normale, di quelle che sono alla ricerca della scintilla che le renda agli occhi di se stesse, prima che degli altri, speciali.
Bianca credo che questa scintilla ce l’avesse: nel modo composto in cui si raccontava, o di come immaginavo tenesse stretta tra le mani la tazza di tè bollente, tamburellandoci su con le dita poco prima di soffiare e deglutire.
Bianca credo che fossi io che non provo vergogna di me; troppo spesso ho pensato di non essere degna di provare amore verso qualcuno, cosa che pensavo fosse consona, invece, a tutte le altre donne della mia ancora giovane età.
Ho imparato ad essere cattiva pur di non apparire a me stessa debilitata dagli effetti che l’effondersi dell’amore comporta sugli esseri umani.
La mia Bianca invece non doveva aver angoscia di tutto questo: lei poteva scrivere di star aspettando gli occhi di lui che la fissavano, anche solo per malaugurato errore, senza sentirsi tanto sciocca o indifesa solo perché terribilmente innamorata.
E lo scorso giorno l’ho fatto.
Ho interiorizzato tutto ciò che di vivamente mio avevo buttato fuori.
Ho pensato come Bianca.
Agito, direbbe la vecchia me, da stupida emotiva: ora che scrivo, sostengo, da donna forte che stava perdendo se stessa.
Gli ho parlato.
In una lingua che lui non ha capito.
Perché l’amore non è un linguaggio universale.
L’amore è una pluralità a due.
Una terribile babele di echi in cui è facile perdersi, incontrarsi credendo di essersi trovati, riperdersi e trovare, infine, un cuore che parli come te.

La Rinascita Interiore, Luigi Mosello

Piccole note di rotte cambiate

Era accaduto niente.
Niente che la facesse rivoltare dalla condizione di spento emotivo in cui era intrappolata.
Bianca si era sporcata di odio: da giorni, che erano settimane, che erano più di qualche mese.
Si crogiolava sistematicamente di sè in pensieri poco felici, commiserandosi di ciò che era e, al con tempo, alla ricerca di ciò che sarebbe voluta essere; tuttavia si dichiarava troppo cerebralmente immobile per pensare di cambiare davvero.

Bianca ha un peso.
Bianca è l’incompleto.
L’ubriaca di sé. La medicina degli altri.
Bianca è la noia. Lo stupore.
La voglia di farcela. E di amare.
Bianca grida, ma ad un orecchio sordo e lontano.
Bianca sogna i suoi complessi e ama le sue paure.
Lei ora sta.
Si ferma, guardandosi indietro.
Spera che qualcuno la colga, la custodisca portandola a sé, ne curi le mancanze e ne riempi i vuoti.
Bianca è un luogo comune di donna tristemente sicura di sé.
E’ un bugiardo, ama raccontarsi storie.
E’ vigliacca, più di lui.
Lettere vuote di parole le si compongono in mente.
In mente Bianca ha il desiderio di riporlo fuori di sé.
Che resti un amante dei sogni!
Bianca è forse decisa.

Vino che scorre e musica lenta.
E poi danza con sè.
Bianca è leggera e armoniosa.
Libera le parole, si ripete.
Bianca è forza.

Bianca sono Io. Una nuova Io.

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Clochard

Ero in cucina a prepararmi il solito thè ristoratore del tardo pomeriggio: la casa era vuota e a farmi compagnia il gatto, che osservava con aria pacata ogni cosa facessi, e il cane che dormiva tra le coperte della sua cuccia, in quello che sembrava un vero e proprio letargo.
Poi sento aprirsi il cancello, con il rumore meccanico delle sbarre oliate da mio padre troppo tempo fa, e vedo la luce ad intermittenza della sirena silenziosa riflettersi sui vetri, dando loro un colore che dal giallo va all’arancio.
I miei sono tornati, carichi di buste di ogni dimensione, dalla spesa nel grande ipermercato fuori città.
Il cane si desta cominciando il suo bentornati!, il gatto continua a vigilare i movimenti non più solo miei, ma anche degli altri due umani, appena addentrati nel suo territorio.
Noto lo sguardo spento di mia madre; penso che qualcosa deve averla turbata: non accoglie, d’eco, i guaiti festosi del cane; si limita ad un saluto troppo mesto, troppo scarno d’affetto per essere indirizzato a me, al cane e al quel vigilante del mio gatto.
Ho imparato a non farle domande; che sia lei a dirmi se qualcosa la turba, a cacciare ciò che le crea disagio.
Ho imparato che, al tempo giusto, lei lo fa.
Se ne libera quando è pronta a farlo e senza che qualcuno tenti di cacciarglielo di bocca.
“ Poco fa ho assistito ad una scena che mi ha rotto in due. Sai quando ti senti un minuscolo essere impotente? A pensarci ho la nausea.”
La guardo interrogativa. Continua.
“Fuori l’ipermercato ho visto un uomo seduto sul bordo del marciapiede. Mi domanderai cosa avesse di strano rispetto ai tanti seduti su di un marciapiede che abbiamo visto altrettante volte.
Figlia mia, quel signore mangiava una scatoletta per cani.
E la mangiava con dignità, come se fosse la cosa più saporita, desiderata del mondo. Credo stesse ringraziando qualcuno mentre affondava il cucchiaio di plastica nel barattolo; quel qualcuno che tante volte avrà maledetto.”
Sento che la voce le trema, che è in quella fase di inconsolabilità esistenziale che smaltirà lei stessa, forse entro domani.
“Beveva una coca-cola. Bocconcini per cani e coca-cola.”
La sua espressione è di chi resta incredula alle sue stesse parole.
“Credo fosse un suo, ai miei occhi disarmante, tentativo di umanizzare ciò che stava facendo: una bella cucchiaiata di bocconcini per cani e un sorso di coca-cola.
Non so se tentasse di essere come chi addenta una bistecca durante un pranzo di famiglia, o di chi passa una bella serata tra gli amici, proprio come fanno vedere in tv… forse tracannava per nascondere il brutto sapore di carne e gelatina…”
Io non so cosa ribadire. Il thè è ormai freddo e non ho alcuna voglia di ingerire qualcosa.
L’intera storia mi ha sconquassato dentro, rotto in due.
Aggiunge con il tono di chi in realtà preferirebbe non dire nulla.
Il suo è un sorriso di amara consapevolezza:
“Toh, guarda cosa c’è scritto sull’etichetta: stappa la felicità.
Magari credeva che funzionasse davvero.”

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Mele e vene

Oggi è una di quelle giornate in cui piove.
Fuori piove e tu odi il mondo in preda ad una carnivora fame di tutto che ti porti a sentirti sazia, piena, appagata, almeno nello stomaco.
Poi prendi coraggio e rifletti, mentre ti concedi una fetta di crostata di mele.
Il ticchettio sgraziato della grandine di fine novembre aiuta a pensare, a disporre in una fila ordinata ritmicamente tutto, o quasi.
Pensi alla scorsa sera, alla momentanea assenza di vuoto.
Prendi fiato: sei stata felice.
Un infarto dalla tristezza e dalla monotonia.
La tua atavica tristezza è in arresto cardiaco.
Speri vi rimanga per un po’ prima di riaverla indietro; senza di questa temi che la vita diventi un libro pieno di faccine che sorridono, lontane dalla messa in discussione di se stessi.
Non vuoi che il senso d’angoscia si allontani del tutto dalle tue vene.
Se fossimo per sempre felici, diventeremo idioti, pensi. Ci scambieremmo mele colte nel giardino dietro casa. Finiremmo di farci la guerra e non perché impareremmo ad amarci; porgeremmo l’altra parte di noi a chi prometterà di fare lo stesso solo perché non angosciati da e per il nostro cuore, o perché non troppo occupati a pensare a noi piuttosto che al resto del mondo.
Gli spasmi muscolari dei nostri petti sarebbero dovuti alla fatica del piantare alberi di melo e non a quella di amare pur non amati.
Altro effetto collaterale sarebbe la totale assenza di medici; sempre che il detto corrisponda a verità.

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The versatile blogger award- I candidati

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Un caldo buongiorno a tutti!
Come promesso mi sono concessa un po’ di tempo per scegliere tra i blog che seguo 15 per la nomina al The Versatile Blogger Award.
La mia scelta è stata dettata dalla frequenza con la quale visito i loro blog, oltre che dall’interesse suscitatomi dai post pubblicati dagli autori, fonte, lo ammetto, qualche volta di ispirazione!

 

Prima di nominare i blog scelti vi ricordo le regole: chi è stato nominato al the versatile blogger award dovrà a sua volta scegliere 15 blog e raccontare 7 cose di sé.  

1. Il regno del tricheco psichedelico http://trichecopsichedelico.wordpress.com/ , i tuoi versi sono semplici, diretti. Mi piace reinterpretarli sulla base delle mie esperienze, delle giornate no, o quando ho voglia di concedermi qualche momento di riflessione. 10 punti al tricheco nell’avatar!
2.“Frammenti” di Sabrina S. http://frammentidisabrinaesse.wordpress.com/, connubio di musica, Modigliani e deserti africani. E’ uno di quei blog giovani che meriterebbero di essere scoperti ed amati.
3. Archaelogy and material culture http://paulmullins.wordpress.com/, notizie dal mondo dell’archeologia. Da archeologa non potevo non amare un blog simile, che si discosta dagli altri del settore per l’attenzione al presente, così come alla cultura materiale del passato.
4.Diario di una lettrice http://diariodilettura.wordpress.com/, prima di leggere un nuovo libro vedo se è stato recensito da te! I tuoi “consigli di lettura” sono sempre affini ai miei gusti!
5. Duepuntozero http://spotduepuntozero.wordpress.com/, un blogger life senza pretese. Uno dei primi lettori della Tana, sempre presente in ogni mio post. Questo è un incentivo a continuare e a fare sempre meglio.
6. Musa di Vetro http://lamusadivetro.wordpress.com/, quando cerco un po’ di normalità e vita sincera vengo a leggerti. Amo buttare fuori per sentirmi più leggera e come te scrivo per necessità viscerale.
7. Newwhitebear’s http://newwhitebear.wordpress.com/info/, su di te non so cosa dire! Dovresti essere su una scaffale da libreria. Mi sono ripromessa di leggerti dall’inizio. Dal cap. 1. Lo farò!
8. Sherazade2011 http://sherazade2011.wordpress.com/, forse il blog in assoluto più versatile di tutti. Aprendo la pagina, quelle scarpine rosse mi fanno sentire piccina, piccina.
9. Signorasinasce http://signorasinasce.wordpress.com/, è la “signora” scrittrice tra i blog che seguo, non me ne vogliano gli altri. Baci d’altri tempi mi ha estasiato.
10. Viaggio al termine della notte http://crisalide77.wordpress.com/, anche qui la musica che è colonna sonora della nostra vita. Semplice e profonda. Punto.
11. Come se dicessi acqua http://comesedicessiacqua.wordpress.com/, blogger life senza peli sulla lingua. Le tue verità lapidarie sono la mia lettura preferita.
12. Sale, zucchero e cannella… http://salezuccheroecannella.wordpress.com/, sono una buongustaia alla ricerca di un ottimo blog culinario: l’ho trovato!
13. La parte più difficile è il titolohttp://sirbabylon.wordpress.com/category/affreschi/, giovane e irriverente…un blog che deve avere visibilità!
14. L’uva e l’ozio http://uvaozio.wordpress.com/, un blog per grandi.
15. Un blog un po’ così…http://unblogunpocosi.wordpress.com/, definirla blogger life è decisamente riduttivo. Gli scatti di Stephy sono la cornice perfetta alle tue istantanee di vita in versi.

E’ stato difficile pensare a cosa scrivere su di me: la gran parte di ciò che sono, presente su questo blog, è frutto di tagli e cuciti, di filtri che mi tengono sempre un passo indietro dalla realtà vera, ben diversa, alle volte, da quella di penna.

1. Ho un gatto. Adottarlo è stato un esperimento sociologico: detestavo i gatti alla tregua dei padroni di cani che ottusamente detestano i gatti. Poi ho capito che l’odio atavico era ignoranza, pura e semplice ignoranza.
2. Sono un’archeologa. O almeno ci provo. Studio la preistoria e no, ciò non significa che studio i dinosauri. Io cerco di capire l’uomo attraverso i suoi resti, cosa che fa rabbrividire mia madre per la quale dovrei investire nell’apertura di un’agenzia di pompe funebri…
3. Mi piace fotografare fiori. L’orchidea è il mio soggetto preferito.
4. Suonavo il violino. Ma i virtuosismi non fanno per me.
5. Sono la migliore amica di mia madre, e a volte non vorrei esserlo.
6. Non sono mai stata la compagna di nessuno perché non ho mai amato nessuno.
7. Vorrei che le pareti della mia camera fossero piene dei lavori di Klimt

Congratulazioni ancora ai blogger nominati!
Vi abbraccio, a presto.

The Versatile Blogger Award

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Giuro che devo ancora riprendermi dalla notizia…
e giuro che prestissimo adempierò ai doveri della nomina scegliendo a mia volta 15 blog tra quelli da me seguiti e raccontandovi di me 7 curiosità.

Ringrazio infinitamente Scripty79, http://scripty79.wordpress.com/,
per il passaggio di testimone, oltre che per avermi letta con piacere.

Abbraccio tutti i miei lettori,
con tanto tanto affetto.

Bozzolo di lenzuola

Le lenzuola di cotone sono sul suo corpo, poggiate a formare tante e morbide pieghe.
Vi si rintanava come il bruco in un bozzolo di seta liquida.
Mi concedo cinque minuti, solo altri cinque minuti, pensa Bianca fissando il meccanismo attivo dell’orologio rosso poggiato sul comò.
Il ticchettìo costantemente ritmico la distrae.
Vorrebbe non pensare, Bianca desidera per la sua mente il vuoto assoluto di quegli istanti in cui le persone, incantandosi cogli occhi sul nulla, riflettono sul non pensare a nulla.
E invece no, Bianca ha uno stornello in testa che la distrae più profondamente delle lancette del brutto orologio rosso poggiato sul comò.
La sua mente lo scandisce sillabicamente.
Bianca sente la crudeltà dei versi in un’eco emicranica che la sconquassa.

If you put my hearth under a microscope, you probably gonna wonder why it’s in such a critical condition.
I am holding on to someone i can’t hold no more
and sadly I’ve been here before
I can’t let go.
I am reaching out for someone
I can’t reach no more
It feels like my heart is nailed to the floor

Se mettessi il mio cuore sotto un microscopio, forse ti chiederesti perché è in una situazione così critica, ripete con un filo di voce.
Cerco di trattenere dentro di me chi non riesco a trattenere più.
E nonostante io sappia il dolore 
che mi scoppierà dentro non riesco a lasciarlo andare via.
Provo a tendere la mano verso qualcuno che non riesco più a raggiungere.
Il mio cuore è di chi ama in silenzio, di chi l’ha inchiodato su di un pavimento, in attesa.

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Non te l’ho detto

Eravamo entrambe in silenzio.
Stessa stanza, stesso divano, stessa coperta a coprirci in una mattina dall’aria appena appena fresca; a quell’aria la pelle freme e i polmoni si aprono.
In quella stanza la coscienza desiderava parlare e l’imbarazzo zittirci.
“Vorrei chiarire quello che è successo ieri… Non puoi continuare a fingere che vada tutto bene”, aveva esordito lei rompendo il suono della tv accesa.
“Non abbiamo nulla da dirci.”, le rispondo e so di farle male.
Ho uno strano modo di gestire il disagio che mi prende alle viscere.
Voglio andarmene e lasciare tutto sotto le coperte, al tepore creato dal mio corpo.
E invece restavo lì, a guardarla farsi scura in viso, imbronciata e malconcia, mentre ero certa che avrebbe cominciato ad interrogarsi su cosa ci fosse in lei non consono alla vita.
Le persone che mi stanno vicino si pongono domande.
E le risposte faticano a trovarle: risposte non ce ne sono.
Voglio urlarle: “ il problema non sei tu!”
Vorrei dirle: “…abbracciami”

Il calore che cerco non può darmelo la coperta a fiori che dividevamo sul divano: può darmelo lei, quando affondo la testa nei suoi ricci profumati.

ManiAmiche

Paki

Mio fratello ha circa vent’anni.
La scorsa notte sentivo il tonfo dei suoi piedi nudi sul pavimento della sua camera, nel silenzio buio di una casa senza luci artificiali.
L’ho sentito muoversi: avanti, cinque passi. Silenzio. Indietro, cinque passi.
L’ho sentito agitarsi, biascicare qualcosa. Sono certa che se avessi messo l’orecchio sulla parete, che è confine tra la mia e la sua camera, avrei sentito forte il battito del cuore accelerato farsi eco nella scatola di ossa del suo torace.
Poi ho sentito aprire la porta della camera, ancora due passi.
E’ entrato e senza dire nulla si è rintanato nel mio letto.
Mi sono sentita utile.
Qualcuno che amavo stava cercando conforto per il suo cuore impazzito in me.
Mio fratello è tornato piccino. E io sono tornata ad essere la mamma chioccia delle sere di pioggia, dopo la ritualizzata buona notte dei nostri genitori.
Sono tornata ad essere il suo rifugio dai mostri blu, dalle frustrazioni dell’infanzia e dalla sua perenne ansia del domani.
Abbiamo dormito in un abbraccio. Nell’abbraccio scomodo di un letto ormai troppo piccolo per contenerci entrambi.

Stamattina l’ho visto partire con parte del suo mondo in uno zaino.
Il resto, troppo pesante per il bagaglio a mano Ryanair, mio fratello se l’è portato dentro, dove non ci sono limiti di peso.
Da questa mattina mio fratello è un emigrante in viaggio.
Ci siamo salutati frettolosamente, sapendo che altrimenti saremmo scoppiati entrambi in lacrime.
Lui sembrava avere la forza di scalare a piedi scalzi l’Everest; io non riuscivo nemmeno a stare in piedi.
Avevo un accordo con me stessa, uno stupido tentativo di controllare con raziocinio l’evento: non avrei dovuto versare una sola lacrima in sua presenza.
Quello poi l’avrei fatto da sola, lontana. Era una faccenda tra me stessa e me.
Le lacrime sono ingombranti.
Sono fardelli emotivi, distillati in gocce calde e trasparenti.

E’ partito.

Fratello-e-sorella

Emme.

Ho il ritratto del mio cervello.
M. l’ha rappresentato con sembianze di donna.
Su di uno sfondo magenta misto a pigmenti di un verde smeraldo vi è la donna del mio emisfero destro.
Le gambe sono incrociate e siede poggiando la mano destra sui seni grandi e torniti.
L’altra mano è offerente: pare che destini a chi la guardi qualcosa, forse parte di sé, impressa sui disegni a motivi spiralici che le corrono su tutto il corpo; dalla spalla destra, li ritrovo con gli occhi al braccio sinistro: il palmo è dipinto a palmette e poi, di nuovo, a spirali, e poi la gamba. E poi il piede.
Poi ancora la fronte: quattro tocchi di pennello le incorniciano la parte alta del viso.
La pelle è di un’eburnea bellezza messa, com’è, in risalto dalle pitture turchesi.
M. mi ha rivelato di aver disegnato prima che sul foglio su se stessa.
Mi ha raccontato della strana e piacevole sensazione del pennello sulla pelle; il colore ad olio segnava M. come fosse una tela.
Era parte di un rituale: M. intingeva le setole nel pigmento azzurro e si ornava.
Non credevo che si lasciasse trasportare da un tale autoerotismo mentale.
La immagino riflessa nello specchio della sua camera, con il pennello grondante di particelle di colore colanti…
Deve essersi giudicata bella. Bello era ciò che aveva appena disegnato su se stessa.
Il suo emisfero destro aveva guidato la mano che tracciava segni sul suo corpo.
Il suo emisfero sinistro l’aveva portata davanti allo specchio.
Poi la messa su tela, la decisione di rendere indelebile ciò che aveva creato quella sera.
Sul suo corpo l’acqua avrebbe rimosso ogni goccia di colore.
Ho il ritratto del suo cervello, del mio cervello.
E’ una donna che rappresenta M. e me.
Rappresenta una pura e reciproca invasione mentale.

 

A me la dedica di uno sprazzo di creatività.
A lei la fatica, da oggi, di dar colorato spessore a ciò che scrivo.

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Bocciolo di nonna

Parlare di lei mi dà sempre una certa soggezione, residuo organico di quel timore reverenziale che si nutre per figure misticamente autoritarie.
Di lei ho molti ricordi che, nella mia testa, diventano nitide istantanee di vita, di una parte importante della mia vita.
Ricordo il merletto della sua camicia blu, il suo sorriso quando suonavo per lei la sua ballata preferita, l’odore di talco e di acqua di rose sulla sua pelle, le sue labbra sottili e sempre pennellate di un rosso ciliegia intenso; ricordo i suoi capelli biondi raccolti a grandi ciocche e, ancor più vividamente, li ricordo divenuti più bianchi e fini.
Lei è qui: nelle mie labbra leggere come le sue, nei miei gesti, nelle mie scelte, nel mai troppo poco opprimente bisogno di parlarle ancora una volta.
Una donna straordinaria, non c’è dubbio.
Di quelle che amano d’impeto e si danno completamente agli altri.
Tra me e lei vi era un legame oltre che biologico, linfatico.
Io ero il suo bocciolo di fiore, lei la mia quercia.
E mi piace pensarla ancora così: voglio credere che se la terra non sprofonda sotto di me, in un abisso tetro, è per la forza delle sue radici; voglio credere di essere ancora quel bocciolo di fiore, di avere avanti a me tutto il tempo per aprire i miei petali, lasciare che il sole entri dentro di me per poi perdermi, petalo a petalo, sul terreno.

E’ stato difficile abituarmi alla sua nuova immagine, al suo nuovo odore: il talco e le rose non avevano più spazio olfattivo in quella camera di ospedale.
Passavo, così, il tempo di ogni abbraccio ad ispirare con il naso attaccato alla pelle del suo collo; volevo sentirla come prima, volevo che anche solo una piccola nota di lei si effondesse nei miei polmoni e vi rimanesse per sempre.
L’ho vista spegnersi lentamente, a piccoli passi morsicati e, ad ogni passo, sentivo venir meno un po’ anche me.
Ho sentito la sua pelle diventare fredda. Era un sasso. Un essere di natura inorganica.
Questo ti rende la morte.
Ho capito di averla persa da questo. Fredda
Ho capito che nei miei polmoni di lei non era rimasto nulla per quanto mi fossi impegnata a respirarla.
Ho capito dopo mesi che i polmoni non avrebbero potuto portarmela indietro.
La mente e il cuore sì.
Nella mia mente e nel mio cuore, schermati contro le percezioni sensoriali della mia esperienza con la morte, lei c’era.

Ho un albero che mi cresce dentro, ho radici che mi tengono salda e fronde che mi fanno ombra.

meraviglia della natura 182

Lettera vuota ad un amante (s)conosciuto

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Le aveva versato nel calice di vetro dell’ottimo vino francese.
Nell’aria, un violino.
Bianca trovava fatica perfino a pronunciare il nome di quel vino; trovava fatica a stare seduta con la schiena dritta, come qualche amica le aveva detto di fare, a far decantare il succo di borgogna senza che piccole gocce schizzassero vorticosamente fuori dal bicchiere, accentuando la goffaggine dei suoi gesti di inadatta.
Bianca era sedutagli di fronte: sapeva di attirare la sua attenzione non più di quanto avessero fatto le donne che l’avevano preceduta e, con convinzione ancora maggiore, sapeva che in quel momento chiunque avrebbe potuto leggere nei suoi occhi di rame il desiderio di non essergli indifferente, di essere anche solo per poco, dove lui era da tanto…
Lui le era in testa, nello stomaco, nelle mani frementi di quando per fortunato errore la sfiorava.
Quando e come ci sia entrato manco lo so, pensò Bianca.
Gli occhi le caddero sulla preziosa etichetta del vino francese: cercò di assaporare le note fruttate e di sottobosco della bevanda carminia senza riuscirvi.
La sua salivazione aumentava ad ogni suo sguardo di indagatore.
Mi stuzzica, mi incuriosisce, mette alla prova senza accorgersene: io mi sento messa alla prova; continuamente e piacevolmente.
In te mi ci perdo, come può perdersi solo chi trova realmente se stesso in un’anima affine.

Tornata a casa, nella cucina buia, luogo di tante solitarie e buie riflessioni, aprì una bottiglia di vino di infima qualità.
Sentiva il sapore acido della bevanda; si era riappropriata delle papille gustative.
Sciolse i capelli dalla coda severa in cui li aveva costretti, con il dorso della mano liberò le sue labbra sottili dal colore vermiglio, prese una penna e su di un foglio annotò:

Lettera vuota ad un amante (s)conosciuto.

Sono stanca.
Le parole si scrivono a fatica; sono inopportunamente piccole per raccogliere ciò che ho dentro di me e di me per te.
Siamo immobili. Due che aspettano che qualcosa accada, fingendo di bastarsi.
Per quanto ancora dovremo continuare questa farsa?
Quando le nostre anime capiranno che sono dannatamente condannate a viversi?
A chi dobbiamo se non a noi stessi?
Viviamoci! Non perdiamo altro tempo!
Il mio cuore è pronto…il tuo?

Taccuino di thé e marmellata

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Bianca sfogliava di rado le pagine già segnate dalla penna; del suo diario era incuriosita da quelle ancora intatte, prive di qualsiasi sua impronta. Aprì, durante la solita colazione di marmellata in un’uggiosa mattina in cui il sole tarda ad alzarsi, una pagina a caso e cominciò a leggere:

“… ricordo la prima pagina del diario e ora capisco quanta poca fiducia riponessi nelle mie capacità di tenere con me stessa  un quotidiano appuntamento e, magari, avevo ragione a non fidarmi: in vita mia di diari ne ho cominciati tanti, finiti meno di uno. E’ che non ero pronta a tenere un diario! A spingermi era il bisogno di sentirmi migliore di quel che ero; costante in qualcosa, interessante ai miei stessi occhi, pari ad un’eroina romantica “agitata dalle onde e dalle tempeste” di questa miserabile esistenza, al punto da voler lasciare su di un vecchio taccuino una parte di me…magari qualcuno mi avrebbe letto in una polverosa soffitta, come accade nei film…
E, sì. Non lo ammetto, ma sono una sognatrice romantica e, al contrario di quanto, invece, spesso mi viene detto, il cinismo non mi appartiene.
L’apparenza mi mostra schiva, calcolatrice, arbitro supremo di giochi sentimentali in cui sono io a muovere le pedine.
La verità è che la pedina sono io.
Soffro, amo e poco mi importa delle conseguenze: a loro non ci penso mai…vengono messe nel calderone dell’imponderabile.
L’imponderabile è nostro. Siamo spettatori.
Noi (a)spettiamo.
Subiamo perché non siamo capaci di fare altro.
E la forza vera è in questo…riusciamo a condurre delle esistenze mediocramente felici pur non essendo artefici della nostra vita.
Un equilibrio si trova; questo l’ho imparato.
Meno a godermi la tempesta, il movimento delle onde, il cielo nero, grigio, giallo, la pioggia sul viso e l’incertezza dell’approdo dopo il naufragio…
O forse sono un’amante del mal-essere?
Dopo tutto ero io la bimba che nelle sue stesse lacrime trovava rassegnazione e, soprattutto, conforto.”

 

Terminò di leggere quest’ultima riga, fissò la pagina piena di segni neri filiformi.
Bevve il suo thé e con un sorriso di tristezza profonda si alzò dalla sedia.
Bianca cominciava un nuovo giorno; dalla finestra della cucina spuntò il sole: aveva trovato nuova forza per fare altrettanto.

Notturno

Prima di addormentarsi le succedeva di tornare indietro a molti anni fa…
I momenti che precedevano il sonno erano stati per lei sempre travagliati da assalti emotivi che durante il giorno desiderava tenere a bada.
Quella notte ricordò di come, anni prima, nella sua cuccia di trapunta a piccoli fiori stampati, profumata così tanto da farle fantasticare di trovarsi davvero in un prato di piccoli fiori, prese sonno su di un grande cuscino bagnato di lacrime.
Ricordò della ninna nanna cantatale della madre, che la stringeva a sé, della sua voce dolce e melodica e di come questa suscitasse nel suo piccolo e acerbo cuore la necessità viscerale di piangere.
Piangeva, lacrima a lacrima, sentiva il viso inumidirsi, faticando a non tirar su col naso: bagnava il cuscino.
Ah, quanta sicurezza le dava quel grande cuscino bagnato!
Era un’espiazione, un dono in calde gocce di lacrime che offriva al mondo.
Dopo quel pianto, il pianto silenzioso di ogni sera, era in pace.
Riusciva così ad addormentarsi con un sorriso vero, di quelli che altro non sono che manifestazione della raggiunta serenità dell’animo. 

Dorme.

lacrime

 

Farfalla di miele

Elisa era a mollo nella sua piccola ma capiente vasca da bagno da più di un’ora.
L’aria dell’altrettanto piccolo e capiente bagno era diventata, dopo i primi minuti di tepore, fredda e umida.
Lo specchio, unico accessorio ad ornare quella stanzetta dal gusto spartano, forse segno di una qualche nota di vanità nell’animo di Elisa, era grondante di microscopiche gocce di acqua, prima vapore, che sulla sua superficie avevano trovato luogo dove posarsi e, scivolando verso terra, morire.
Di tanto in tanto la si vedeva muovere le gambe sotto il pelo dell’acqua, creando giochi di onde che le bagnavano i seni, non del tutto nascosti dalla spuma di miele.

Elisa era immersa nell’acqua, ormai non più saponata, da un’ora e venti minuti.
Non era solita concedersi tanto tempo per sé, eppure quella sera volle farlo.
Accese una sigaretta: aveva dimenticato come si facesse.
Sapeva di dover inspirare, tirar forte dentro di sé l’aria di carta e catrame per poter accendere quella maledetta.
Al terzo tentativo riuscì ad innescare la combustione. Portò il tabacco acceso lentamente alla bocca e con un movimento meccanico e deciso del braccio centrò le labbra.
Elisa non fumava da due anni circa- mese in più mese in meno-.
Aveva smesso una mattina, guardando le dita sinuose della mano destra: notò come la pelle nel lato interno del suo indice avesse cominciato ad inscurirsi, ingiallendosi, ricordandole le mani rugose, incallite e itteriche di una sua vecchia prozia.
Decise che no, non sarebbe diventata una rugosa, incallita e itterica prozia.
Le sue lunghe dita non meritavano una simile fine!
Le mani ad Elisa servivano… aveva taciuto molti uomini portandosi alla bocca di labbra sottili quel dito indice.
Era d’obbligo preservarlo: gli uomini, i suoi uomini, andavano resi muti.

Fece il primo tiro.
Elisa riassaporava il gusto di carta al tabacco.
Le era mancato: fanculo le dita, pensò.

Con un movimento innaturale del capo verso l’alto immerse i capelli biondi nell’acqua.
Era gelida. Ebbe un brivido.
Il secondo tiro, a pochi istanti dal primo, segnò la svolta.

Arrivò ad una conclusione per uno dei capitoli più deprimenti della sua vita: avrebbe smesso.
Smesso di usare le mani; niente più giochi di bocca, di gambe, di dita incastrate.
Elisa poteva riprendere a fumare.
Non c’era da zittire più nessun uomo.

Elisa poteva riprendere a vivere.

Dopo un’ora e tre quarti, immersa in una piccola vasca da bagno, e dopo interminabili secondi nella sua coscienza, Elisa era nel vapore quasi svanito di un’acqua gelida al miele e il fumo penetrante della sua sigaretta: non sarebbe più stata una farfalla vestita solo di calze.

18 Ragazza che fuma

La cura di Chiù

Chiù era un’attenta ragazzina dai lunghi capelli corvini, folti e arricciolati su loro stessi in un modo molto simile ad un cespuglio disordinato di rovi.
Aveva le guance macchiate da numerose lentiggini, roba strana a vedersi su un volto di etnia africana, così come strani e troppo vispi i suoi occhi, di un verde scuro e densamente pigmentato, molto simile alle foglie di piccole rose in un cespuglio disordinato di rovi.
Chiù era introversa. Rispettabilmente e comprensibilmente introversa.
Nonostante i grandi ammirassero la sua notevole bellezza, riempiendola di attenzioni e complimenti che, di certo, destavano poco l’interesse degli occhi vispi di Chiù, la ragazzina faticava a farsi amici.
Sulle prime tutti erano simpatici con Chiù.
Le domande che le rivolgevano erano tante, troppe e sempre uguali.
“L’Africa è davvero così lontana?”, “vivete tutti in capanne?”, “ in Africa ci sono le macchine e i cellulari?”, “hai mai cacciato un elefante?”, “sai parlare l’africano? , “cos’hanno i tuoi capelli?”
Chiù rispondeva, e lo faceva con un tono gentile, intervallando la sua voce sottilmente profonda a sbiechi sorrisetti che mettevano in risalto le fossette sulle guance maculate.
La verità era che a nessuno importava di Chiù.
E la verità era che Chiù gli elefanti non li aveva mai visti se non su vecchi libri di vecchi racconti che le era capitato di sfogliare svogliatamente nella vecchia casa colonica della vecchia nonna.
Chiù non era mai stata in Africa; del suo popolo Chiù non conosceva nulla, né mai si era interessata alle sue origini.
Intimamente Chiù sentiva di non appartenere a quella parte di mondo; aveva compiuto una scelta: essere altro da ciò che la pelle le imponeva.
Ma i suoi compagni, i suoi amici di domande, non avrebbero compreso, né la ragazzina si era mai impegnata nel spiegar loro come stessero le cose.
Tanto valeva farli contenti: che siano felici almeno loro, pensava Chiù.
Ed ecco che la lingua fluiva e cominciava a raccontare: i villaggi prendevano forma nelle parole ritmicamente scandite dalla bocca piccola e composta, molto simile alle piccole e succose more in un cespuglio disordinato di rovi; gli elefanti erano grandi, imponenti e Chiù sedeva sul dorso di uno di questi, nell’aperta savana.
Chiù amava i particolari: eccola soffermarsi sugli uncini d’avorio, sul lungo naso, sull’oscillazione delle code.
Chiù inventava le lingue, i suoni, gli odori di quella terra.
Era il suo quotidiano lavoro socialmente utile. Chiù era socialmente marchiata e la diversità che lei rappresentava imponeva che rispondesse alle tante, troppe e sempre uguali domande.
Esaurito il suo quotidiano lavoro, alla pari di una guida di uno sperduto museo di uno sperduto paesino, gli amici di domande si congedavano da Chiù, con finta gentilezza, rendendo i sorrisetti di Chiù, ad ogni nuova volta, sempre più fintamente felici.

L’estate era da poco giunta al termine e, finalmente, Chiù smetteva di asciugarsi la fronte ogni 20 passi e cominciava a respirare, a pieni polmoni, la fresca arietta delle mattine appena sbocciate di metà settembre.
L’indomani iniziava la scuola e Chiù sistemava svogliatamente i quaderni nuovi nello zaino dello scorso anno: la mamma qualche giorno prima le aveva chiesto un piccolo sacrificio, ma infondo a Chiù non importava avere uno zaino nuovo.
Nessuno avrebbe fatto caso allo zaino di Chiù.
Chiù non aveva amici con i quali confrontare la bellezza degli accessori per la scuola… e poi a Chiù non dispiaceva affatto la sua cartella magenta.
Aveva stabilito che le donava: guardandosi allo specchio si giudicò discretamente bella; i suoi ricci corvini erano in contrasto con il rosso primario, e, un po’ vanitosa, Chiù lo era.

Quella mattina Chiù decise di raccogliere i suoi ricci in una lunga e, per quanto possibile, ordinata treccia. Poco prima di andare a dormire Chiù aveva fissato nuovamente la sua immagine allo specchio e, no, i ricci corvini non erano sufficientemente belli con il rosso magenta.
Chiù era insicura.
Non aveva mai realmente pensato di essere una ragazzina graziosa: questo gliel’avevano detto sempre gli altri; mai nessun ragazzo aveva trovato qualcosa di interessante in lei, e di certo Chiù non incolpava il mondo di questo: era lei, in prima fila, a non pensarlo di se stessa.
Chiù era un’inventrice.Un’inventrice di mondi, e arrivò all’amara conclusione che quel poco di lei che interessava agli altri era una grande menzogna. 
Era con tale consapevolezza di sé che Chiù varcò la porta dell’aula, quel nuovo primo giorno di scuola.

“Ciao. Io sono Giulio… tu?”
“Io sono Chiù. Sì, lo so. E’ un nome un po’ strano.”
“Hai ragione, strano. Ma direi simpatico. Suona bene, Chiù.”
“Non ti ho mai visto a scuola… sei nuovo di qui?”
“Sì, io e i miei ci siamo da poco trasferiti. E tu? Da dove vieni?”
Ci risiamo, pensò Chiù… A lui cosa racconto? Della caccia al ghepardo o della cavalcata sull’elefante?
“Oh, no. Io sono nata qui. La mia mamma è di origini africane.”
“Caspita che figo!”
“Già…”
-sorriso di circostanza-
“Ti andrebbe di studiare insieme? Io qui non conosco nessuno, non ho amici e tutti hanno bisogno di amici.”

Una richiesta banale, forse ai più scontata.
Così non fu per Chiù, pervasa dalla felicità e dalla piena consapevolezza di aver trovato, in quell’istante, la persona alla quale sarebbe stata legata per anni e anni e ancora anni.
E, con un filo di voce: “tu sei la mia cura”, sussurrò Chiù.

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Balle di fieno di cocco

Non importa cosa stia facendo o che momento del giorno o della notte stia vivendo, loro arrivano, rotolando come balle di secco fieno, puntuali nella loro micidiale schiettezza;
un attimo, una particella di secondo in cui vengono meno le razionali palizzate cerebrali, quelle che ho imparato ad erigere attorno alla parte conscia del mio cervello che custodisce ciò che rinnego, ed ecco: penso.
Penso, rifletto su cose che vorrei cancellare, vomitare dalla mia testa, seppellire sotto tonnellate di catrame e cemento armato.
Penso. Le mie difese di argilla non reggono, si sciolgono sotto la tempesta di pioggia emotiva che monsonicamente si presenta.
Sono lì ad asciugare i capelli al profumo di cocco, l’unica nota olfattiva che mi ricorda che è estate, e penso.
Penso a quanto sia stressante e poco produttivo chiedersi
“cosa sarebbe successo se…”;
mi ripeto che è una violenza.
E non voglio violentarmi perché rifarei tutto ciò che mi ha portato ad essere la persona che asciuga i capelli al sole del pomeriggio, in un’aria al sapore di cocco.
Crederei in amori che mi toglievano e mai dato niente, di nuovo.
Crederei in amicizie rivelatesi trappole e pizzichi sulla pancia, e, con convinzione ancora maggiore, manderei a fanculo chi mi ha deluso, ignorato nelle mie silenziose grida di supplica a restare.

Forse accadrà di pentirmi.
Mi pentirò di non aver scelto il punto, la convenzione, la stabilità.
O resterò la stessa di ora.
O sarò stanca. Di me. Della gente.

Mi domanderò ancora: sei felice?

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Aria di addio alla salsedine

Ricordo una sera di qualche anno fa, riuniti attorno al grande tavolo di legno della sala da pranzo: fummo invitati a decidere se trasferirci o meno in un’altra città.
Le condizioni furono dettate quella sera stessa: spazi più ampi, cieli e aria più salubre, noccioli e castagni anziché fuscelli spogli e innaffiati dall’urina del cane del vicino.
Ricordo una sera di qualche anno fa, riuniti attorno al grande tavolo di legno della sala da pranzo: fummo invitati ad essere consenzienti.
Fu preso un tacito accordo, dettato dalla muta espressione della voce muta di tutti; nessuno dette aria al suo stomaco;
nessuno rigettò la kakofonia di dissenso che internamente lo invadeva.

Un tacito accordo.

“Quello che di sicuro più mi mancherà è il mare.
Il colore, il rumore, il sapore del mare nell’aria di salsedine di prima mattina.
Lui è stato lì d’estate e d’inverno: dalla finestra della mia stanza, bastava che mi sporgessi un po’ dalla scrivania per vedere un pezzo di blu tra i palazzi confinanti il mio.
Ora che scrivo è esattamente lui che guardo. Guardo la scogliera e le onde, mi porto lontano, dove ogni cosa acquista un altro fisico spessore, un’altra alcalina densità: sono leggera, e non posso che provare un senso di quietudine.
Ora che scrivo la mente si apre, le braccia e le gambe si rilassano, la testa fa meno male e il cuore sembra essere sgombro e più capace di amare.
Quello che di sicuro più mi mancherà è il mare;
quello che di sicuro più mi mancherà è sentirmi come in questo momento, mentre il mio istinto mi implora a restare qui, attaccata con lo sguardo alla marea.”

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Su di un palco reale

Venezia - palco reale web

Ricordo bene lo stato d’animo che mi ha portato ad annotare ciò che seguirà.
Ricordo di essermi sentita inadeguata.
Ciò che mi portavo nel cuore era inadeguato.
La percezione che di me avevo era inadeguata al mondo.

” No. Non gli dirò niente.
Temo che lui possa fraintendere
le mie parole,
temo di essere fregata dalla mia stessa voce o dagli occhi inumiditi.
Non gli dirò niente perché temo che lui non capisca.
E no, non lo sto sottovalutando.
Non dico che lui non sia in grado.
Sono io che non sono pronta, che avevo immaginato in maniera diversa il momento in cui gli avrei detto che non era solo quello che lui credeva.
Non è,
non siamo quello che convenzionalmente
ci è detto di essere.

Io e lui non siamo etichettabili, socialmente etichettabili.
Siamo, a volte insieme,
altre volte piacevolmente a noi stessi stanti.

Un corriere ha appena consegnato grossi pacchi, tre per l’esattezza in un famoso parrucchiere del centro. Io accompagno la mia migliore amica ad acconciarsi i capelli.
Tutto è così falso e fintamente minimalista.
Credo che l’intento sia di ricreare un ambiente bianco,
quasi asettico, semplice…
eppure il mio istinto di sopravvivenza
mi richiama all’attenzione per i grossi e metallici lampadari che sembrano caderti in testa.
Dimenticavo delle megastampe sulle pareti
con fiori giganteschi e denaturalizzati.
In vetrina, prodotti al 50% di sconto.
Che falsità!
Io preferisco gli ambienti ridondanti, teatrali,
dai cui soffitti pendono, oscillando alle vibrazioni delle casse armoniche, fabbriche di concerti,
sontuosi lampadari a centro bracci!
Quegli ambienti che apertamente confessano che
in quel luogo si indossano maschere.
Dove è lecito indossarle e dove di naturale
c’è solo il cartone delle scenografie.
Si sa che la carta si produce dagli alberi.
Mia cara? Ma un altro parrucchiere no, eh?”

Foglie nere di notte nera

E’ notte.
E potrei capirlo, se mi bendassero gli occhi, dal profondo silenzio che c’è tutt’intorno.
Abito in un vecchio paese di poche anime, una scelta di quasi due anni fa, e dalla finestra non vedo che foglie, scroscianti al vento e nere, penzolare su rami di alberi alti e neri.
Il mio gatto mi osserva, steso su di un cuscino: è avvolto da un pesante torpore ed ha una posa quasi plastica, la stessa che immagino sulle carni piegate e composte su di una kliné di un rubicondo romano.
La sua coda ondeggia.
Ed io mi incanto nel vederla muoversi da un lato.
Poi dall’altro, ad un tempo ritmicamente calcolato.
Di notte i gatti sono irrequieti,
vagabondi, esseri erranti
stufi di assecondare la pigrizia e l’insaziabile asservimento umano.

La coda del mio gatto non ondeggia più.
Ora si è stancamente portato fuori la loggia della mia camera.
Si guarda attorno: la sua natura felina recalcitra.
Vorrebbe essere tra le foglie nere e scroscianti al vento degli alberi alti e neri
a cacciare prede.
Lo vedo muoversi, nevrotico, in un moto che immagino essere l’irrequieto dei gladiatori prima del combattimento.
Ha nelle cangianti pupille di oro il lampo selvaggio
dei giovani leoni in gabbia.
Quello che piano si affievolisce diventando lacrima di infinita tristezza.

18 settembre 2004

Immagine

Ho scelto una panchina,
solitaria espressione di me senza te.
Ho scelto una panchina e foglie di autunno,
perché mai avevo apprezzato il cambiamento,
il vinaccia e il marrone.
Perché prima di conoscere te
nel mio cuore era inverno.

Prima di conoscere una delle persone che più avrebbe contribuito a rendere meravigliosamente bella la mia vita, avevo formulato un ‘idea di questa abbastanza chiara perché, a mio avviso, ne ero esperta. E non perché fossi al mondo da tanto, ma per quanto in poco tempo il mondo mi avesse mostrato.
Molte volte avrei preferito saperne di meno, perché chi non conosce ha il privilegio di immaginare un finale diverso per le cose; ha il grande potere di usare la fantasia, l’ingegno che deriva dalla stessa inesperienza.
Prima di conoscere una delle persone che più avrebbe contribuito a rendere meravigliosamente bella la mia vita, credevo che il mondo si evolvesse in spirali sul solo asse della mia esistenza. Credevo che il mio animo fosse l’unico gravoso di pesi, incuria e instabilità.
Paradossalmente mi credevo forte perché imparavo ogni giorno a resistere a me stessa, in un più precario e dannoso equilibrio. Ero lì, appesa al filo della quotidianità priva di rete di sicurezza, troppo in bilico per permettermi la vera felicità, troppo in equilibrio per assaporare la vera tristezza e l’oblio.

Dopo aver conosciuto una delle persone che più avrebbe contribuito a rendere meravigliosamente bella la mia vita, ho avuto la certezza che anche se fossi caduta nel baratro più profondo e lurido la sua mano mi avrebbe cercata, la sua mente compresa e la sua anima raccolta.

Il giorno in cui l’ho conosciuta lo ricordo ancora: a pensarci rido di me stessa, di lei, di quello che eravamo e che ora siamo alla luce di una consapevolezza tutta nuova.
Era una mattina di settembre, una strana e calda mattina di settembre, di quelle che preannunciano un inverno che arriverà tardi.
Entrambe ci affacciavamo ad un mondo del tutto nuovo, entrambe non eravamo pronte a farlo, ancorate al passato, alle sicurezze e alle paure con cui avevamo imparato a convivere e, magistralmente, ad evitare.
Cosa saremmo diventate mi era del tutto ignoto perché non credevo potesse esistere un legame come quello che ci unisce.
Conoscevo il suo nome. Lei il mio. Nulla di più. Eppure c’era una forza che non potevo ignorare, una voce che sussurrava che ci saremmo appartenute, piacevolmente vincolate l’una all’altra, vivendo l’una nell’altra.

Una sera di poche sere fa siamo in auto, sotto casa, e parliamo, approfittando di ogni istante insieme, perché noi potremmo raccontarci ovunque, quando gli impegni e la distanza ce lo consentono:

“… quindi vorresti che fosse l’uomo della tua vita?”, le domando.
“Sì, lo vorrei.”, risponde.
“Sai, stavo pensando proprio ora ad una cosa…”
“Quale?”
“Pensavo…hai detto bene: uomo della mia vita.”
“Perché?”
“Perché la persona della mia vita è un’altra. Sei tu.”

La frenesia dell’equilibrista

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Era una sera di qualche anno fa.

Scrivevo:

“ sono cresciuta. Nel corpo sono cresciuta. Crescere nella testa è diverso. Quando si cresce con questa si viene a conoscenza di una serie di cose che prima non potevi non ignorare e che, forse, era giusto restassero oscure dentro di noi. Rendersi conto della loro esistenza è parte di un processo di consapevolezza di sé, di conoscenza di ciò che abbiamo tracciato fino ad ora, di un processo, voglio ripetermi, lungo e certamente non privo di difficoltà: portare alla luce quelle significa non soltanto indagarsi, ma mettersi in discussione poiché esse possono condurti alla distruzione e alla rinnegazione di noi stessi e di ciò che abbiamo messo in piedi. Io non voglio dare un nome preciso a questo senso di oppressione, di incompletezza che mi porto addosso da quando mi conosco. Non voglio dare un’identità sensoriale al mio disagio interiore: immagino, però, che esso possa assumere l’aspetto di un viso di quel padre non presente, della madre esigente e petulante, o della persona che non fa più parte della tua vita, che è andata via, alla quale non posso più stringere la mano… Ma no. Non lo farò. Darei vita ad un meccanismo, quasi presuntuoso, di chi il sé l’ha già scoperto, individuato, circoscritto all’ interno di un singolo problema, volto, mano… Imparo che crescere non è mettere su i denti, la barba, le ciglia finte: crescere è abbandonare, è superamento, è svolta, è cambiamento. E’ capacità di lasciarsi realmente qualcosa alle spalle e non con la noncuranza di un passato ormai lontano e, perciò, meno pericoloso, ma con la consapevolezza che un qualunque essere vivente è vivo proprio perché muta, soffre e perché, alle volte, sa perdonare.”

La mia tana prende forma: schegge di corniola

Non è la prima volta che provo a scrivere di me stessa. Di tanto in tanto mi dilettavo ad annotare su di un taccuino dalla pelle turchina parte dei pensieri che mi gironzolavano svogliatamente in testa: crogiolavo con amore nel rileggerli, pensando di me che, tutto sommato, non fossi sotto la media dei tanti pseudo scrittori che
affollano gli scaffali delle drogherie per lettori.

Ho piacere nel cominciare questa nuova esplorazione di me partendo da qualche step più indietro. Voglio dar forma alla mia “tana” poggiando su basi emotive più o meno stabili e raccontandovi di cose che, nel bene e nel male, hanno arricchito la mia coscienza, facendone oggi pienamente parte.

Vecchi petali di fiore

Scrittrice in erba dentro una tana di corniola

Comincerò questo quotidiano appuntamento con me stessa per gioco;
scrivere di me, di ciò che è più profondamente mio
è come aprire ogni volta il vaso di Pandora:
non so cosa potranno contenere, di me,
queste bianche e virtuali pagine e ne ho paura.
Non è la prima volta che temo me e i miei pensieri,
alle volte davvero troppo forti, tetri, o, in uguale intensità, troppo gioiosi
per appartenere ad una che si definisce “sana di mente”.

Eppure la mia interiorità vuole uscire,
preme per farlo ed io questa volta la ascolto.

Qui mi sento al sicuro, nella tana della mia anima.